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L’UE getta la spugna sugli immigrati: “Un fallimento totale”

Il presidente Tusk ammette l’inefficacia del piano di redistribuzione. Ai capi di governo in settimana proporrà che siano gli Stati a gestire le crisi (cioè di farsi carico del disastro voluto dall’UE, ndr)

ImmigrazioneGià era scettico. Adesso si è ufficialmente arreso. Donald Tusk, il polacco presidente del Consiglio Ue, getta la spugna. Il piano di ricollocamento degli immigrati – presunti richiedenti asilo – tra i Paesi dell’Unione europea, annunciato in pompa magna nell’estate del 2015, è fallito. Quindi tutti gli immigrati che nel frattempo sono sbarcati in Italia e che il nostro Paese non è riuscito a redistribuire tra gli Stati europei in oltre due anni, resteranno sul groppone di Roma. «La questione delle quote obbligatorie dei presunti rifugiati si è dimostrata altamente divisiva e questo tipo di approccio si è rivelato inadeguato», ha ammesso Tusk. L’affermazione è contenuta in una lettera che il presidente del Consiglio europeo – l’organo composto dai capi di Stato o di governo dell’Unione – ha scritto ai rispettivi esecutivi. Una missiva che in qualche modo anticipa le conclusioni cui dovrebbe giungere il vertice europeo di giovedì prossimo. «Solo gli Stati sono in grado di affrontare la crisi dell’immigrazione in modo efficace», sostiene Tusk in un altro passaggio della missiva. Si tratta di una clamorosa ammissione di fallimento, dopo che nel settembre del 2015 la Commissione aveva fissato l’obiettivo di ricollocare tra gli altri Paesi Ue 160 mila “aspiranti – ma fasulli – rifugiati” presenti tra Italia, Grecia e Ungheria. Oltre due anni dopo, le statistiche del ministero dell’Interno certificano il fallimento: al 17 novembre scorso, erano appena 11.216 gli immigrati ricollocati altrove. La maggior parte in Germania (4.127) e Svezia (1.210). Il piano si è scontrato con il rifiuto di alcuni Paesi, soprattutto quelli del Nord e dell’Est Europa, ad accettare stranieri sbarcati nelle zone di primo approdo. Così al presidente del Consiglio Ue, che già a ottobre non aveva fatto mistero del suo scetticismo, ammettendo come il sistema della ripartizione obbligatoria per quote non avesse un «futuro», non è rimasto altro che sventolare bandiera bianca. Un guaio, per l’Italia, che adesso deve trovare altre strade per alleggerire il peso derivante dalla gestione dei migranti sbarcati sulle nostre coste (181.436 nel 2016 e 117.154 nel 2017) e inseriti nel circuito dell’accoglienza. Senza una riforma della Convenzione di Dublino, che attribuisce al Paese di primo approdo del migrante l’onere di seguire l’iter della domanda di asilo, tutti gli stranieri che mettono piede in Italia continueranno a essere gestiti da Roma. Marco Minniti, però, non si arrende. In attesa di novità sul fronte europeo, che potrebbero arrivare dal Consiglio Ue di giovedì, il ministro dell’Interno rafforza la cooperazione con la Libia. O, almeno, con una delle due fazioni che si contendono il Paese. Ieri Roma e Tripoli si sono accordate per creare una cabina di regia che contrasti i trafficanti di esseri umani che alimentano l’immigrazione verso l’Italia. La cabina di regia sarà composta da rappresentati della Guardia costiera libica, dell’agenzia per l’immigrazione illegale, dal procuratore generale libico e dai servizi di intellighenzia di Tripoli. Per ogni rappresentante libico, ci sarà una controparte italiana.