
Il culto del denaro ha totalmente sovvertito il fine dell’uomo, ed è destinato a distruggere ogni cosa
La plutocrazia ha totalmente sovvertito il fine dell’uomo, ed è destinata con il tempo a distruggere ogni cosa. Tuttavia, non bisogna disperare, in quanto ogni grande crisi ha una funzione nell’armonia del cosmo. Nel caso specifico, l’usura ha uno scopo: dimostrare che procedendo nel materiale l’uomo va verso il nulla, in quanto la materia è il nulla, che diventa un qualcosa solo quando è subordinata al vero, ovvero la libera azione dello spirito. Andare sempre più verso il nulla aiuta gli uomini a capire che per non cadere nella distruzione, bisogna invertire la rotta, e tendere di nuovo verso l’alto. Questa tensione verso l’alto non ha affatto la funzione di giungere ad una fine, ad uno stato perpetuo di felicità priva di azione, bensì a ricercare ciò che veramente da senso alla nostra vita, che è il tendere all’infinito producendo bellezza in ogni forma. Tale è la missione che noi europei abbiamo da compiere per superare la crisi che ci avvince.
Per comprender ciò, bisogna partire da una fondamentale premessa, ovvero che, come ci tramanda la grande eredità filosofica dei nostri avi, esiste fondamentalmente un rapporto vitale che armonizza la vita degli europei, che è quello tra scienze teoretiche, etiche e pratiche
La distinzione tra scienze teoretiche, scienze pratiche e scienze etiche è fondamentale. Non certo perché questi siano ambiti separati, anzi: ogni forma di conoscenza è figlia di un principio unitario. Al contrario, l’intero è conoscibile soltanto procedendo dalle parti con metodo analogico. Distinguere poi gli ambiti della conoscenza è basilare per combattere le sovversioni moderne. Ciò sarà ben chiaro partendo dalla distinzione che qui adoperiamo: le scienze teoretiche sono superiori alle scienze pratiche in quanto è per mezzo della conoscenza teoretica che si ottengono effetti sul piano pratico. Ad esempio, tramite geometria, fisica e aritmetica è possibile costruire un edificio. Tuttavia, lo scopo della scienza edile, pur essendo subordinato alla conoscenza della geometria, ha una sua finalità propria, ovvero la realizzazione dell’edificio. Ma in virtù del fatto che dalla conoscenza della geometria si arriva all’architettura, è chiaro che non si deve pensare che non dobbiamo conoscere la geometria per costruire edifici, ma conosciamo la matematica come conoscenza in sé stessa, in virtù della quale otteniamo come effetto la costruzione dell’edificio

Quanto fin qui scritto sembrerebbe in contrasto con quella che è la Storia: gli uomini si dedicano alle conoscenze teoretiche soltanto dopo aver risolto le esigenze pratiche. E ciò è assolutamente vero. Tuttavia, bisogna chiarire il concetto di prima e di dopo. Ciò che viene prima nel sensibile non lo è ontologicamente in senso assoluto. Quindi, se in principio gli uomini iniziano a praticare la conoscenza per ottenere un effetto pratico, una volta risolta tale questione indagano su ciò che è realmente primo ontologicamente, ovvero il perché della conoscenza che rende possibile la costruzione degli edifici, ovvero le cause. E questo emerge chiaramente se pensiamo al fatto che ciò che porta gli uomini a vivere politicamente – almeno gli uomini tradizionali – è precisamente il desiderio di conoscere: qual è il fine di costruire case, villaggi, consacrare templi, istituire feste, momenti comunitari, se non quello di proiettarsi nel futuro e di rispondere alle tre domande fondamentali “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?”? Ma proprio in virtù del fatto che l’uomo ha come desiderio innato rispondere a queste domande, e in virtù del fatto che vi sono certe conoscenze pratiche che portano gli uomini a edificare e ad organizzare la propria vita, si comprende quanto segue: esiste una conoscenza innata, intuitiva, intellettuale, che porta ad orientarsi, che dice all’uomo che è. Questa forma di conoscenza è universale e immediata. Per giungere poi al perché quella cosa è, allora si scompone il reale, lo si analizza, per poter indagare i rapporti fondamentali e giungere nuovamente all’intero in modo compiuto e consapevole. Questo processo non conosce fine ed esisterà fino a quando gli uomini esisteranno. Ne consegue che se tutto ciò che si vede e si interpreta parte da un’intuizione che poi si dimostra con l’analisi e la successiva riunificazione, l’oggetto della ricerca è ciò che ha reso possibile l’intuizione, che è appunto la premessa prima in sé indimostrabile.

Stando così le cose, è chiaro quindi che qualunque conoscenza teoretica precede quella pratica e che per il tramite della pratica l’uomo giunge alla conoscenza di quella teoretica, che costituisce quindi il fine supremo. Da quanto fin qui esposto, risulta chiaro che, senza patria, l’uomo non può giungere alla conoscenza, e non per caso, oggi, il fine degli uomini non è la conoscenza ma l’accumulo di materia, e sempre non per caso la visione dominante della Storia è quella del progresso lineare. Ma una tale idea altro non fa che annullare il fine stesso della vita umana, che consiste appunto nella ricerca delle cause, nella ricerca di ciò che è eterno e immutabile.
L’idea che ciò che si vive giungerà ad una fine è una contraddizione in termini, in quanto ciò che è mortale esiste soltanto perché esiste ciò che immortale. Ciò che è finito perché esiste l’infinito e ciò che è in atto perché c’è il potenziale. E siccome ogni opposto si attrae, l’uomo può conoscere, perché da essere finito cerca con le azioni e la vita di avvicinarsi all’infinito. Un uomo che voglia invece con il proprio agire arrivare ad una fine sta andando chiaramente in una direzione sovversiva, che altro non può che generare nel lungo termine se non distruzione. Se l’idea che che si arriverà ad una fine è giustificata da motivi religiosi, le azioni che gli uomini compiono sul piano materiale per giungere a questa non hanno senso, in quanto non è una volontà che dipende dagli uomini. Se è giustificata invece da posizioni filosofiche, o, meglio, pseudofilosofiche e ideologiche, si penetra nella follia per le ragioni esposte. Fra l’altro, una filosofia che mira alla fine della Storia è come una medicina che invece che perseguire la cura del paziente ne persegua la sua distruzione. Abbiamo prima detto, infatti, che la conoscenza parte dall’intuizione, e che l’uomo risale alle cause supreme, al perché, partendo da ciò che è evidente, ovvero la constatazione che una cosa è. Uno che invece parte dall’idea che la Storia sia una linea retta e che si raggiungerà un paradiso terrestre in terra, sta partendo da un assunto teorico che cerca di far quadrare con gli elementi del mondo materiale, procedendo – insomma – da una dimostrazione prima di averla dimostrata.
Asserire che “la Storia è lotta di classe”, non ha senso, in quanto che la Storia sia lotta di classe non è un principio di per sé evidente, ma un costrutto intellettuale aprioristico. Qualcuno potrebbe asserire che a tale constatazione Marx è giunto osservando la realtà. Vi è però un problema di fondo, ovvero il “perché Marx è giunto a tale teoria “, e qui si torna alla questione della causa finale. Lui è giunto a tale teoria per trovare una soluzione efficace e definitiva alla questione del proletariato. Ma questo non è compito della filosofia, è compito della politica. Se io mi chiedo perché i proletari soffrono, sto ponendo un caso particolare, che richiede una soluzione particolare. Se io mi chiedo, invece, perché esiste la sofferenza, devo procedere per analogia e vedere in generale qual è la causa.

Invece, nel caso marxista, si è agito in senso contrario, ovvero si è presa una causa particolare e si è aprioristicamente deciso di dare a questa valore universale. Il filosofo può essere chiamato a risolvere un problema pratico e politico soltanto se è consapevole che le cause supreme spiegano quelle singolari e non viceversa. In altre parole, il compito del filosofo è trovare nel mondo materiale le dimostrazioni che si possano applicare coerentemente alle intuizioni universali, ovvero spiegare i particolari partendo dalle premesse universali. Il marxismo è disfunzionale in quanto cerca di trarre una legge universale da una condizione particolare, ma questo è compito dello “scienziato “, non del filosofo. Il filosofo deve spiegare il particolare partendo dall’universale, che non deve essere dimostrato, in quanto è indimostrabile. Il filosofo, infatti, deve dimostrare la causa dell’universale, ovvero cosa muove l’universale ad agire così, e non può affatto però sapere il perché ultimo, in quanto il perché ultimo è in Dio, o nelle divinità, (questo lo lasciamo scegliere a ciascuno in base alla fede e alla spiritualità), e non è compito degli uomini.
Il filosofo, però, può studiare come è Dio, conoscendo le cause del mondo. A ciò si aggiunga che, come prima abbiamo detto, egli ambisce a studiare il perché delle cose ed è questo che costituisce il fine supremo. Una persona che faccia filosofia non per studiare il perché supremo, ma per risolvere un problema pratico, non fa in realtà filosofia, in quanto il filosofo ama semplicemente sapere e studiare. Se ciò che muove il tuo studio è la risoluzione di un problema concreto, non necessariamente sei in errore, purché tu resti nel tuo ambito. Se pretendi invece di universalizzare il tuo ambito, non puoi che produrre una mostruosità, come colui che pretende di spiegare la geometria cercando la causa nell’architettura, quando invece il processo corretto deve essere: “perché questo tempio e bello e cosa lo rende proporzionale?” Da qui, arriviamo all’altro grande problema, quello della politica.

Il compito del politico non è agire per dimostrare che la propria teoria sia giusta. Il politico deve agire partendo da quelle che sono alcune constatazioni fondamentali: esistono gli uomini che si associano in comunità politiche, esiste un suolo, una tradizione, una spiritualità e una tensione dell’uomo verso la conoscenza. Come posso organizzare la vita degli uomini perché il desiderio di conoscenza e la felicità degli animi sia appagata? In tal senso, il politico è subordinato al sacerdote/filosofo, che in virtù della sua conoscenza degli universali coadiuverà la conoscenza pratica, esattamente come chi conosce i principi della geometria coordina il lavoro di chi costruisce materialmente l’edificio, unendo esperienza e sapienza. Se noi applichiamo questo principio all’economia, ne traiamo il medesimo risultato. Partendo dalla conoscenza universale: gli uomini da sempre si uniscono in comunità e lavorano per provvedere ai bisogni; da ciò, risulta evidente che il fine dell’economia è la politica, non il contrario. Cosa fanno invece i politici di oggi? Partono da una premessa errata, ovvero: “come faccio a fare in modo che chi lavora guadagni sempre di più?” Ma chi lavora, mira al guadagno in vista della vita politica, non il contrario.
Tutto ciò ci porta alla fine all’ultima degenerazione, ovvero l’economia subordinata alla mercanzia. Ma anche lì, se si parte dai principi primi, non si può errare. La constatazione universale da cui si parte è che gli uomini di diversi stati si scambiano i beni che non possiedono. Come infatti i clan si aggregano nei villaggi, scambiandosi i beni perché l’uomo è un animale per natura sociale e politico e necessita di più strumenti per praticare il supremo fine della vita, così più villaggi si aggregano intorno ad una città per raggiungere massimamente questa autosufficienza, più città poi formano una nazione, più nazioni un impero. In tutto ciò, il fine dello scambio non è lo scambio stesso ma il lavoro, ovvero provvedere agli elementi necessari della vita in vista di un fine più alto.
Gli uomini si scambiano i beni per esercitare meglio il proprio lavoro, esercitano il lavoro per praticare la vita etica e politica, ed esercitano le virtù etiche e politiche per praticare la vita religiosa e conoscitiva. Il mondo moderno, invece, ed è in questo che consiste la regressione delle caste di cui parla Evola, ha dapprima sottomesso la vita religiosa a quella politica e morale. Questa operazione nasce con i guelfi che si vollero arrogare l’esercizio del potere temporale, e culmina con il protestantesimo tedesco di Lutero. Poi, ha sottomesso la vita politica a quella economica, e in ciò consiste il protestantesimo di marca puritana e calvinista, fondamento della politica americana, che raggiunge il suo culmine nel liberalismo e nel liberismo. Infine, ha sottomesso la vita economica e lavorativa alla mercanzia, e in questo consiste il marxismo che, infatti, ha come somma finalità il raggiungimento di una fine della Storia in cui gli uomini saranno felici perché godranno della massima disponibilità di beni possibili.
Queste distorsioni, cui i fascismi europei hanno provato a rimediare, oggi le vediamo tutte insieme in società sempre più mostruose. Oggi, infatti, non è che non esistano spiritualità o conoscenza, ma prendono forma in una foggia mostruosa e perversa. Abbiamo chiese dai cui amboni ascoltiamo prediche vuote, scuole di yoga a buon mercato, tarocchi e chi più ne ha più ne metta; un mercato inesauribile, che gli uomini scelgono per “trovare la pace interiore”, ovvero per sopportare le angustie di una vita tutta protesa al lavoro e al consumo. La politica viene poi organizzata su quelli che sono i presupposti aziendali, conti da tenere in ordine, spese, tagli, come pure le aziende, al fine di ottenere scambi commerciali sempre più agevolati, e gli scambi commerciali vengono normati per obbedire alle logiche bancarie e finanziarie, che infatti determinano la vita degli stati. Si è, in pratica, rovesciata la piramide in toto, e quelli che un tempo erano addirittura inferiori ai mercanti, ovvero i cambiavalute, gli usurai, che infatti coniavano moneta e prestavano denaro, che, in una retta società, è l’ultimo anello della catena, oggi sono diventati l’élite.

Ricapitolando: in una società retta, il denaro si produce in vista dello scambio, lo scambio si produce in vista del lavoro, il lavoro in vista della politica, la politica in vista della filosofia e della religione. Oggi, invece, la filosofia e la religione servono la politica, la politica il lavoro, il lavoro il mercato e il mercato la produzione di denaro, che è la cosa più materiale possibile e ovviamente la più astratta, al punto tale che oggi nemmeno più ha una consistenza reale, ma è semplicemente un numero su un database. Ma questo presenta un punto ontologico fondamentale: la materia potenzialmente è tutto e potenzialmente è nulla, se non ha una forma che la organizzi e la sostenga. Infatti, la materia altro non è che sostanza infinita, passibile di assumere qualsiasi forma per il tramite dello spirito.
Chi ha voluto quindi nel corso della Storia decadere sempre più in basso, cercando la felicità nei beni materiali, può ben rendersi conto, alla luce di questa esposizione, di come, se l’uomo smette di ricercare i principi supremi che regolano tutto, finisce nel nulla, nel non esistente. Ma il non esistente, tuttavia, lo concepiamo perché abbiamo la nozione dell’esistente. E avendo la nozione di esistente e non esistente, che ci è data dell’intelletto, comprendiamo fondamentalmente che il nostro intelletto da una parte determina e dall’altra conosce il reale, e, conoscendo il reale, giunge alla conoscenza di sé stesso, che non è nella materia, la quale, senza uno spirito che la usi come matrice del manifestato e della forma, non ha alcuna consistenza.
Come ci è capitato di spiegare altre volte, non è l’oggetto a determinare il verbo ma il verbo a determinare l’oggetto. Con questa analisi del reale distopico e mostruoso che ci circonda, come europei abbiamo una grande e rivoluzionaria occasione: scoprire quanto il divino e lo spirito sia formidabile, e quanto tutto all’Uno riconduca, e quanto tutta la più grande essenza divina sia in noi. Non sarà forse questo mondo così deteriorato scopo della provvidenza divina? La risposta a questa domanda sia pure oggetto di ricerca; certo, a noi, in questa sede non interessa dare una risposta definitiva, che appunto è in contraddizione con lo spirito della premessa da cui siamo partiti, ovvero che il fine supremo, che è la conoscenza, non può per sua essenza avere alcune termine. Ciò che vogliamo dire, piuttosto, è che per quanto i frangenti possano sembrare più duri e ardui, è partendo da questi che si risorge e che tutto alla fine ha una funzione.