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Bellanova, la tua non è una vittoria!

Le lacrime della Bellanova sono da molti state paragonate a quelle della Fornero della riforma delle pensioni: in effetti colpisce come l’accostamento sia stato immediato, istintivo, impulsivo. È evidente che la gente non nutre più alcuna fiducia nei confronti della politica e le lacrime vengono inevitabilmente interpretate come uno specchietto per le allodole, adoperato con lo scopo di nascondere il cetriolo di turno.

Primo punto: in merito alla misura sulla regolarizzazione degli immigrati, come al solito, il faro deve essere puntato sulla Costituzione e sul ruolo dello Stato. Diciamolo senza mezzi termini: è un condono. Il rischio, evidentemente e fa bene chi lo evidenzia, è quello di trovarsi nello scenario nel quale “i negrieri” possano finalmente ottenere un’indulgenza totale al costo di 400 euro e poco più. Il pericolo, reale e assolutamente concreto, è quello di assistere ad un’amnistia generale (di reati chiaramente non certificati e non ancora venuti alla luce) rivolta a criminali senza scrupoli che per anni e anni hanno vessato e sfruttato povera gente in difficoltà. Pertanto, senza davvero voler essere polemici: in cosa consisterebbe questa vittoria? Siamo in presenza della solita ed ennesima resa dello Stato: non è in grado di presidiare il territorio, non è in grado di garantire certezza dei diritti, non è in grado di riconoscere dignità alla vita umana, non è in grado di rendere effettiva la Costituzione e… decide di condonare. Durante questa pandemia, come in molte delle parentesi dolorose alle nostre spalle, la costante è stata sempre la stessa: lo Stato, sopraggiunta una sorta di consapevolezza circa la sua impotenza, getta la spugna e se la dà a gambe levate.

Secondo punto da considerare: questa roba funziona solo se lo Stato comincia da subito a essere presente capillarmente sul territorio accompagnato dai corpi intermedi, sindacati in testa. Infatti, non è detto che tutti i datori di lavoro disonesti trovino conveniente il costo della regolarizzazione (la stessa cosa accade dopotutto per i condoni edilizi): la conseguenza potrebbe essere quella di creare concorrenza tra lavoratori regolarizzati e lavoratori ancora in nero (questi, economicamente più convenienti). Una guerra animata dunque dalla fame e che può generare un circolo vizioso e al ribasso senza fine: solo la presenza massiccia dello Stato, della legalità e della rappresentanza collettiva del lavoro può evitare una deriva che rischia di essere drammatica. Lo Stato è pronto a questo? L’ipotesi poi della dichiarazione unilaterale del lavoratore costituisce uno scenario improbabile: mai come in questo ambito il lavoratore rappresenta la parte debole e fragile e, quindi, contare sul suo sforzo diretto è certamente sbagliato. Senza contare, poi, che in molti casi parliamo di disgraziati che vengono da anni e anni di vessazioni e ritorsioni.

Poi c’è il tema del Reddito di cittadinanza e qui la cosa è davvero spinosa: ha ragione chi guarda ai beneficiari del Reddito come a possibili lavoratori da impiegare per il bene collettivo, dopotutto il sussidio era pensato anche come strumento di reinserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, dal disegno originario del sussidio al suo dispiegamento reale, ci sta un mondo di mezzo: spesso i destinatari sono anziani, persone indebolite da esperienze professionali fallimentari, soggetti fisicamente inadatti al lavoro nei campi che può essere tanto stremante da condurre alla morte (si vedano i casi di cronaca degli anni passati nel foggiano).

Altro tema connesso al precedente: il reddito di cittadinanza evidentemente andrebbe integrato o sostituito con retribuzioni attentamente controllate e garantite (e anche qui lo Stato e i Sindacati dovrebbero essere in prima linea). Possiamo infatti concepire l’idea di portare la gente nei campi a lavorare per poche centinaia di euro al mese? Rischiamo di prefigurare una una forma di schiavitù, peraltro sostenuta e finanziata dalla Repubblica. Il faro per chi crede nel lavoro è sempre lo stesso: la Costituzione, viva nella forte declinazione dei poteri pubblici dello Stato. Nulla di tutto questo ravviso nel provvedimento assunto dal Governo e dunque, si, quelle della Bellanova possono essere paragonate alle lacrime della Fornero.

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